22 di anni di Cellino: inedito, azzardo, accentramento ed emozioni a picco

Massimo Cellino
Più che una presidenza, il suo sembrava ormai diventato un vero e proprio pontificato. Massimo Cellino lontano dal Cagliari? Ma quando mai. In tanti, negli ultimi sei mesi avevano addirittura dubitato della sua reale intenzione di cedere, tanto era difficile pensare a un Cellino senza Cagliari (più che a un Cagliari senza Cellino). E invece da oggi l’imprenditore di Sanluri non è più il proprietario del Cagliari, e le firme sui contratti lo testimoniano oltre ogni ragionevole dubbio. Cellino lascia nelle mani di Tommaso Giulini, imprenditore milanese di sangue nerazzurro ma radicato ormai da anni in Sardegna grazie all’azienda di famiglia, la Fluorsid Spa. E lo fa in una data per nulla casuale: il 10 giugno del 1992, infatti, Cellino diventava presidente, e quello che inizia oggi sarebbe stato il suo 23esimo anno da patron del club rossoblù. Ventitré, proprio come il suo numero fortunato: impossibile pensare a una coincidenza.
Nel bene o nel male, il Cagliari si lascia alle spalle un’epoca. Gli anni dell’era Cellino sono stati intensi e frenetici, forse anche schizofrenici, e non mancheranno di lasciare un solco profondo nella storia della squadra e nella memoria collettiva dei tifosi. L’operato dell’ormai ex Massimo dirigente è stato sempre borderline: entrato nel mondo del pallone senza saperne pressochè nulla, grazie alla sua incontestabile scaltrezza è diventato ben presto uno dei migliori presidenti in fatto di rendita economica della sua azienda. Già, la sua azienda. Perchè, abbandonata l’attività di famiglia, Cellino ha lentamente e inesorabilmente trasformato il Cagliari nella Cagliari Calcio: una Spa coi i conti in ordine, sì, ma sempre più incapace di assolvere a quella che dovrebbe essere la funzione primaria di una squadra di calcio: regalare emozioni ai propri tifosi.
Cellino, come detto, è stato presidente astuto: nel corso degli anni ha saputo affidarsi a una rete di alleanze sportive che gli hanno permesso di mantenere al sicuro la sua creatura, ed è stato altresì abile a creare attorno a sè una cortina di ferro mediatica che lo ha protetto, giustificando anche le sue scelte più impopolari agli occhi dell’opinione pubblica. Il Cagliari è rimasto in Serie A per 17 dei 22 anni della sua presidenza: un traguardo per nulla disprezzabile, ma tanto basta per affermare che Cellino è stato il miglior presidente della storia del Cagliari? Probabilmente no, perchè la quantità non sempre corrisponde alla qualità. E quella che un tempo era una squadra simpatia, capace di suscitare ammirazioni e guadagnare tifosi anche oltre Tirreno, è diventata la squadra delle bizzarrie, dello stadio matrioska, delle partite in casa a mille chilometri di distanza e degli esoneri di ogni tipo: alla prima prima giornata, alla seconda alla terza, nel precampionato, dopo un’amichevole.

Lo stadio Is Arenas (foto: Fabio Frongia)
Uno dei più grossi errori di Massimo Cellino è stato probabilmente quello di pensare di poter essere uno e trino: presidente, direttore sportivo e allenatore. Ha sacrificato tante figure professionali imprescindibili per la gestione di un club per la sostanziale incapacità di tollerare decisioni diverse dalle sue. Ultimamente aveva pure rinunciato a ingaggiare dei tecnici per rivolgersi a degli uomini di fiducia completamente svuotati di ogni potere decisionale, rendendo di fatto vana ogni speranza di vedere attuato un progetto tecnico a lunga scadenza. La piazza cagliaritana era ormai entrata in un vortice di depressione, con un pubblico disamorato e frustrato dalle continue umiliazioni sul fronte stadio. Una mediocrità stagnante e perpetua.
Il pasticcio Is Arenas e i conseguenti problemi giudiziari hanno reso l’aria cagliaritana praticamente irrespirabile per Cellino, che ora proverà a esportare il suo modello gestionale in Inghilterra, a Leeds, dove è determinato ad estirpare la cultura del manager per imporre quella del tecnico, per così dire, dedito ai consigli del presidente.
CELLINO STORY – Ventidue anni fa di questi tempi, un Cellino nemmeno 36enne si presentava alla stampa come nuovo proprietario del club, e annunciava investimenti per 30 miliardi di lire. “Sono diventato presidente per disgrazia – dichiarò nel corso di una conferenza pubblica datata aprile 2012 – fu Franco Ambrosio, imprenditore nel settore del grano e grande tifoso del Napoli, a propormi l’acquisto del Cagliari. Allora la società, che era nelle mani dei fratelli Orrù, valeva sedici miliardi di lire, inoltre ci giocava Fonseca, che da solo ne valeva quattordici. Un vero affare insomma, nonostante io prima del matrimonio non avessi mai visto dal vivo una partita di calcio. Così acquistai la società“. La squadra, a dire il vero, venne rilevata da Corrado Ferlaino, che assieme ad Ambrosio aveva costituito la Palco, una finanziaria attiva nel settore immobiliare (aveva in programma di costruire a Napoli un centro residenziale sul modello della berlusconiana Milano Due) che aveva fiutato l’affare e che voleva portare Fonseca all’ombra del Vesuvio. Il Cagliari finì così in mani napoletane, le quali girarono dapprima il 50%, poi l’intera società, a Massimo Cellino. Il bomber uruguaiano, invece, andò a Napoli, e le modalità di quel trasferimento costarono al rampante “Re del grano” una condanna a un anno e tre mesi per falso in bilancio.
Gli anni successivi furono quelli del Cellino ambizioso: il sesto posto, ottenuto grazie a un gruppo allestito e forgiato negli anni dal diesse Carmine Longo, sancì il ritorno del Cagliari in Coppa Uefa. E nel palcoscenico continentale i rossoblù fecero un figurone, conquistando una semifinale che rimane, ancora oggi, forse l’ultima vera gioia dispensata ai tifosi. Cellino continuò a lavorare per l’obiettivo europeo ancora per qualche anno, sfiorandolo con Tabarez e levandosi lo sfizio (mica da poco) di diventare il primo presidente in assoluto a far levare le tende a Giovanni Trapattoni. L’estate del 1996 fu quella della rivoluzione: via la vecchia guardia e dentro una serie di illustri sconosciuti: Pascolo, Vega, Tinkler, Romero e pure il mister Gregorio Perez. Il ritorno di Mazzone non bastò a evitare una dolorosa retrocessione in Serie B dopo lo spareggio di Napoli. L’esperienza in cadetteria, però, durò appena un anno, grazie alla fortunata scelta di affidarsi e Giampiero Ventura e ai suoi fedelissimi leccesi. Appena il tempo di cogliere una brillante salvezza, che Cellino ci finì per ricascarci, dando in mano la squadra prima al cavallo di ritorno Tabarez (esonerato dopo poche gare) e poi a ‘Renzaccio’ Ulivieri, incapace di conquistare la salvezza con un organico tutto sommato dignitoso.

Gianfranco Zola nell’ultima stagione da giocatore
La voglia di tornare subito nella massima serie tradì il Massimo da Sanluri, che aprì generosamente i cordoni della borsa per ingaggiare Fabrizio Cammarata. Al Verona, proprietario del suo cartellino, andò una cifra vicina ai quindici miliardi di lire. Il campo bocciò ben presto l’investimento, che, assieme ad alcune scellerate decisioni tecniche (le panchine affidate a Sala e Bellotto, i carneadi acquistati in serie, da Colasante a Manighetti) condannarono il Cagliari a un purgatorio più lungo del previsto.
A salvare la situazione arrivò Gianfranco Zola, portato a Cagliari più dalla volontà popolare (e dai soldi di una azienda lattiero-casearia) che dalla volontà dello stesso Cellino, il quale accettò, solo per due anni, che qualcuno offuscasse la sua stella. Arrivò la Serie A, e con essa un effimero entusiasmo. Zola, compresa la sua condizione di ospite poco gradito, lasciò dopo un anno comunque indimenticabile, e il Cagliari si avviò verso la fase più buia del sua storia recente.
Complice l’allargamento della Serie A a venti squadre e l’arrivo, sempre più massiccio, di somme di denaro provenienti dalle pay tv, Cellino capì ben presto che per galleggiare nel mare della massima serie bastava ben poco. Ecco, quindi, il Cagliari degli ultimi anni, quello che ha finito per sacrificare ogni ambizione sportiva agitando in faccia ai tifosi lo spauracchio della retrocessione. Un Cagliari che ha regalato soddisfazioni a singhiozzo (qualcuna arrivata nell’anno di Max Allegri), e che si è guadagnato la fama di squadra “morbida” a salvezza acquisita.
Arriviamo così ai giorni nostri, e, più precisamente, alle 22.30 del 10 giugno 2014. Cellino vende il Cagliari: una azienda economicamente sana e priva di debiti. Ma tutto attorno ci sono solo macerie, a partire dallo stadio (e in questo caso non si tratta solo di una metafora). La piazza, o almeno quella parte che non si era ingenuamente illusa di poter sognare la Champions grazie ai soldi di improbabili fondi d’investimento a stelle e strisce, chiede a Tommaso Giulini di mantenere la stabilità economica, ma senza per questo rinunciare a una gestione ambiziosa del lato sportivo. Il primo compito del nuovo presidente sarà quello di restituire al Cagliari quella credibilità che negli ultimi anni ha perso agli occhi dell’Italia sportiva. Dopo ventidue anni sempre al limite, in fondo, i tifosi reclamano solo un po’ di sacrosanta serenità.
Roberto Rubiu