Ma alla fine avevano ragione Zola e Cellino?
E’ durata il tempo di un inverno l’esperienza di Gianfranco Zola come allenatore del Cagliari. Un binomio dal gusto romantico si scioglie con i primi tepori del 2015 senza però che la squadra abbia saputo rompere il ghiaccio nella quale si era intrappolata. Restano mestizia e disillusione per Zola ma in generale per tutti i sostenitori rossoblù, che non possono non sentirsi toccati dall’epilogo di una vicenda che aveva visto avvicinarsi due simboli della Sardegna che erano, e tutt’ora lo sono, motivo di orgoglio regionale. Una sconfitta che brucia doppiamente, dunque, un fallimento che rende oggi tutti un po’ più poveri e un po’ meno sognatori. Più vuoti. L’ambizioso sacrificio dell’olianese resta un’incompiuta, probabilmente la macchia più difficile da cancellare in carriera.
E’ finita male, con Zola che ha dato ragione agli scettici della prima ora dimostrandosi non all’altezza dell’incarico ricevuto. Onorato e ingolosito dall’offerta ricevuta, ha accettato una sfida che l’ha trovato impreparato, a maggior ragione in quanto orfano del suo mentore tattico per eccellenza, quel Dodo Sormani che non ha potuto seguirlo perché già impegnato con il Sud Tirol nel girone A di Serie C. Zola ha perso su tutta la linea e i suoi spenti iridi del post partita a Genova ne avevano immortalato un’immagine che strideva enormemente con il campione positivo e sorridente che eravamo abituati a conoscere. Dopo la sconfitta contro la Samp, quasi stordito, non aveva avuto granché da dire, se non garantire che lui la soluzione continuava a credere di poterla trovare. Probabilmente però, in cuor suo, Gianfranco sentiva di non poter più andare avanti. E dai colloqui con la società è maturata la decisione di interrompere il rapporto.

Gianfranco Zola al fianco di Tommaso Giulini il giorno della presentazione
Già, la società. Mai come ora apparsa in affanno e in confusione, incapace di filtrare le criticità e di difendere sino in fondo le proprie scelte. E’ anche vero che la Serie A è un patrimonio da preservare con i denti e con le unghie e la cui conservazione giustifica le scelte più impopolari e contraddittorie, ma oggi è arrivata la certezza che da fine novembre in poi si sia persa la trebisonda e la nave non ha più trovato la rotta. L’esonero di Zeman, che difeso da Marroccu ebbe la chance di restare a patto che accettasse di rimpiazzare i suoi fedelissimi collaboratori, con la conseguente chiamata di Zola un errore che – giocatori disponibili, mentalità acquisita e curriculum del sardo alla mano – si poteva evitare. Tanto che Giulini venne dissuaso dal farlo dallo stesso “Magic Box” e da Massimo Cellino, che gli consigliò di contare sino a dieci prima di decidere perché il pentimento è sempre pronto a sbucare da dietro l’angolo per presentare il conto dei rimorsi. Zeman non aveva certo fatto bene, nonostante gli entusiasmi iniziali. Il cambio, insomma, ci stava. Affidare la panchina a Zola, tuttavia, è stato un azzardo eccessivo.
Difficile credere che il patron si sia pentito di aver sostituito il boemo, nonostante la stima verso il tecnico fosse rimasta intatta. La scelta di richiamarlo, tra pressione della piazza e un bilancio già gravido di troppe voci impreviste, non aveva però concorrenza potenziale. La seconda investitura del boemo si presenta comunque come ammissione di uno sbaglio e come l’ultimo disperato tentativo, si spera questo supportato maggiormente dalla fortuna rispetto ai precedenti. Una compagna di ventura che qualcuno a Cagliari deve trovare il modo di sedurre, perché è impensabile pensare di farcela senza. Di Francesco, lo scorso anno, richiamato dopo l’esonero riuscì nel miracolo di salvare il suo Sassuolo. A Zeman, suo maestro, il compito oggi di imitarlo, trovando istantaneamente una nuova quadra e facendo capire che l’impresa, per quanto disperata, è ancora possibile. Zeman torna a Cagliari insieme al suo staff (uno smacco, verrebbe da dire), resta da capire come i giocatori digeriranno questo ritorno. Gli stessi giocatori che, forse non lo si sottolinea mai abbastanza, restano comunque i principali responsabili dei risultati ottenuti sul campo. Spetta a loro, in ultima istanza, conquistare la salvezza.
Matteo Sechi