Una Nazionale oriunda peggiore di quella del ’58. Ma davvero Eder è meglio di Sau?

Marco Sau, attaccante del Cagliari, ha messo a segno 22 gol in Serie A. Conta 1 presenza in azzurro.
E’ sempre più la Nazionale degli oriundi. Dopo aver definito l’iter per mettere a disposizione di Antonio Conte il palermitano Vazquez e aver fatto più che un pensiero per i vari Danilo, Vecino e Romulo, la Federazione ha aggiunto un ulteriore tassello “esotico” allo scacchiere dei papabili azzurri: si tratta della punta brasiliana Eder. A fare da cartina tornasole della salute del movimento italiano, oltre agli incessanti scandali della politica pallonara e al rendimento deludente dei club nei tornei europei, si aggiunge così anche la percentuale (in crescita) di giocatori convocabili in azzurro nati e cresciuti al di fuori dei nostri confini. Bando a discorsi da sempliciotti nazionalisti o xenofobi malcelati, ma il crescente numero di oriundi “acquistati” dalla Nazionale italiana in tempi di crisi tecnica e programmatica lascia intendere che gli organi preposti e competenti siano ben lontani dal ritrovare la strada maestra. Molto più attenti a impilare scartoffie burocratiche e a cercare facili scorciatoie, piuttosto che lavorare per mettersi al passo coi tempi, aggiornare le obsolete metodologie in essere nei settori giovanili e dare spazio a quei prodotti dei vivai italiani che – incredibile doverlo ricordare – meritano (realmente e non per cameo sponsorizzato) la maglia azzurra molto più di uno straniero che fatica anche solo ad emergere dalla normalità.
QUANDO GLI ORIUNDI FUNZIONANO. L’usanza di naturalizzare giocatori provenienti da paesi stranieri non è una scoperta recente per il calcio italiano, nonostante quelle italiane siano sempre state tra le Nazionali – in tutti gli sport – più puriste tra quelle europee. Eppure è più che evidente che i “talenti di ritorno” siano serviti alla causa azzurra solo quando hanno potuto integrarsi in un gruppo che poteva vantare al suo interno una generazioni di talenti cristallini. E’ successo in particolare nel 1934, quando l’Italia si aggiudicò il titolo mondiale e al fianco di campionissimi come Piola, Meazza e Schiavio annoverava argentini di prima generazione quali Guaita, Orsi, Monti e Demaria. Un’integrazione niente affatto traumatica, visto che i “sudamericani” potevano ancora considerarsi a tutti gli effetti italiani trapiantati nel Nuovo Mondo e sentivano l’Italia come loro autentica patria. Così come piuttosto naturale fu l’inserimento (mirato e circoscritto a un solo giocatore) dello juventino Camoranesi nell’Italia tetracampione del 2006, una Nazionale che poteva vantare una covata di stelle difficilmente ripetibile e che era forte di un gruppo consolidato e inossidabile come pochi.

Eder Citadin Martins, attaccante della Sampdoria. Arrivò in Italia nel 2005, scovato dagli osservatori dell’Empoli. (Foto Giuseppe Celeste)
OGGI SI PESCANO GLI SCARTI. E allora perché dovrebbe scandalizzare una riedizione global della squadra azzurra? Anzitutto perché oggi i “talenti di ritorno” sono sempre meno italiani e inevitabilmente meno attaccati alla maglia che vanno a indossare, considerabile quasi alla stregua di quella di un qualsiasi club. Secondariamente perché gli oriundi del 2000 non sono certo stelle conclamate a livello mondiale, ma per lo più scarti delle rappresentative dei paesi d’origine, dove la loro notorietà si espande al massimo entro i confini del quartiere dove sono cresciuti. Schelotto, Ledesma, Amauri, Paletta gli esempi di naturalizzazioni più inutili e sconclusionate, senza considerare che nemmeno Osvaldo e Thiago Motta hanno certo accresciuto sensibilmente il livello della squadra. In ultimo perché, lo insegna la storia calcistica del Paese, dai fallimenti e dalle tragedie si riemerge con una pur minima riprogrammazione a fare da stimolo a una salda tradizione che si snocciola in numeri eloquenti: quasi un milione e mezzo i tesserati FIGC tra professionisti, dilettanti e settore giovanile. Numeri che dovrebbero indurre a pensare che il serbatoio non ha bisogno di additivi particolari, ma di essere semplicemente manuntenzionato al meglio.
IL PRECEDENTE DEL 1958. L’Italia degli anni Dieci del nuovo millennio, nelle intenzioni di chi governa sembra destinata a somigliare sempre di più a quella caduta nell’oblio del 1958, ricordata unicamente per l’onta di essere stata la sola a non centrare le fase finali di un Mondiale. Allora si cercò di superare la tragedia di Superga in cui perì la créme del calcio italiano, con il trapianto di (veri) assi sudamericani quali Schiaffino, Ghiggia, Montuori, Da Costa. Un innesto però selvaggio e fallito miseramente: l’Italia del ct Foni si comportò in maniera disastrosa nel girone eliminatorio, perdendo l’incontro decisivo a Belfast contro l’umile Irlanda del Nord in una partita che per molti versi si colorò di nero tanto quanto quella contro la fatal Corea del 1966. Passarono dunque quasi 20 anni dalla scomparsa del Grande Torino perché la Nazionale riuscisse a primeggiare di nuovo in campo internazionale all’Olimpico di Roma nella bella giocata contro la Jugoslavia che valse il primo (e sinora unico) titolo europeo. Sbocciarono fior fior di fuoriclasse, che oscurarono la nomea dei funamboli Altafini e Sivori, alfieri del pallone italiano passati dal verdeoro e dall’albiceleste all’azzurro per una manciata di partite.
CONTE, TI RICORDI DI SAU? Oggi non c’è, fortunatamente, una tragedia umana da superare, ma solo un fallimento sportivo conseguente a politiche federali miopi e scriteriate, che

Sau ha esordito in Nazionale il 31 maggio 2013 contro il San Marino.
hanno addebitato sul conto del calcio italiano un ritardo mostruoso nei confronti delle concorrenti europee come Spagna, Germania, Francia, Belgio, Olanda. E la caccia al colpaccio “straniero”, così come le convocazioni “facili” che altro non fanno che svalutare l’importanza della maglia, denotano un’ammissione d’inferiorità altamente preoccupante. L’ultimo “acquisto”, il sampdoriano Eder, non è nient’altro che un buon giocatore di Serie A per una squadra di medio livello. Sicuramente non superiore al cagliaritano Marco Sau, che non starà certo attraversando un momento felicissimo con il Cagliari e a livello personale, ma che proprio per questo motivo andrebbe tutelato maggiormente. Nonostante i numerosi infortuni che l’hanno martoriato negli ultimi 18 mesi, Sau ha sempre dimostrato di poter essere decisivo quando in salute e pronto a completare quella maturazione che lo portò alla ribalta delle cronache al suo primo anno di A. I suoi gol mai banali e il suo atteggiamento da bomber implacabile non sono certo stati un abbaglio. Fatta eccezione per i grandi vecchi Toni, Di Natale, Quagliarella e Maccarone (ormai fuori dal giro per ragioni anagrafiche), Sau resta, per valori assoluti, uno dei primi attaccanti italiani della Serie A. E per questa ragione non dovrebbe aver bisogno di avere natali sudamericani o essere la seconda terza scelta in casa Juve, Milan, Inter per venire preso in considerazione. Ma Tavecchio, Lotito e Conte continuano a sognare Icardi e Dybala e ad anteporre al merito tecnico quello commerciale, segno inequivocabile, in mezzo a tanti altri, che la notte del calcio italiano sarà destinata a perpetrarsi ancora a lungo.
Matteo Sechi