E’ balzato agli onori delle cronache due anni fa, quando nel giro di poche settimane ha prima sigillato la vittoria contro la Giacomense e poi raggiunto il Renate a tempo scaduto con guizzo da bomber consumato. Due exploit, questi, che lo hanno consegnato all’esclusivissimo club dei goleador coi guantoni. Ma oltre alle reti c’è molto di più: Simone Aresti è innanzitutto un numero uno di grande affidabilità. Bravo tra i pali e dotato di un eccezionale senso della posizione, è stato protagonista di due annate da incorniciare con la maglia del Savona di Ninni Corda, tecnico che lo ha rilanciato dopo un anno di inattività fino a farlo diventare uno degli estremi difensori più in vista del momento. Non a caso il Parma, compagine della massima serie, lo aveva a lungo corteggiato, salvo poi arrendersi di fronte al mancato accordo col club ligure. Ma c’è da scommetterci: nei prossimi mesi saranno numerose le formazioni di A e B che busseranno alla porta di Simone Aresti. Ventisette anni per un portiere sono ancora pochi, e per il ragazzo venuto dal Sulcis il bello è appena cominciato.
Dopo tanto parlare, alla fine sei rimasto a Savona. Qual è la tua situazione contrattuale ora?
Stiamo lavorando per il rinnovo, siamo molto vicini anche se l’accordo non è ancora stato raggiunto. La firma, comunque, non dovrebbe tardare ad arrivare.
Sei deluso per il mancato trasferimento a Parma?
Devo ammettere che sarebbe stato senz’altro un traguardo di rilievo per la mia carriera, ma la trattativa non si è concretizzata per il mancato accordo tra le società. Continuando a lavorare bene, comunque, sono sicuro che si presenteranno ancora delle occasioni così importanti. Sta soltanto a me dimostrare di meritarle.
Il sogno della Serie A, quindi, rimane sempre vivo
Certo, quello di approdare nella massima serie è il sogno di tutti i giocatori che giocano in B e in LegaPro, e di conseguenza anche il mio. Inoltre sono del parere che bisogna sempre porsi degli obiettivi nella vita.
A cosa puntano Aresti e il Savona per la prossima stagione?
Il mister sta creando un’ottima squadra e lo dimostra anche la vittoria ottenuta a Perugia in Coppa Italia. Penso che il Savona sia già in grado di lottare per i play off. Il mio obiettivo è invece quello di confermarmi in una categoria nella quale ho militato solo per un anno a Pistoia, nel 2007/08.
Quell’anno non andò benissimo: riuscisti a scendere in campo solo dodici volte. Eri ancora troppo giovane per il salto in Prima Divisione?
Sì, sicuramente. Era la prima volta che uscivo da casa e si sa, per noi sardi andare via dall’isola non è mai semplice. Inoltre in quella stagione ebbi anche qualche infortunio che non mi permise di rendere al meglio.
Quanto è stato importante avere un blocco di giocatori sardi per cementare il gruppo del Savona?
Molto, soprattutto l’anno scorso, quando il gruppo proveniente dalla Sardegna era più numeroso e si è rivelato importantissimo per la vittoria del campionato. Siamo stati comunque bravi a coinvolgere anche i non sardi e a formare un bel gruppo. Perchè senza uno spogliatoio forte è impossibile vincere i campionati, e il gruppo è stato indubbiamente l’arma in più del Savona nello scorso campionato.
Parlaci del tuo rapporto con mister Ninni Corda
Corda è stato l’allenatore più importante per me, perchè mi ha mostrato fiducia dopo l’anno più difficile della mia carriera, quando sono rimasto fermo per un’intera stagione (2010/11, ndr). Da lì in poi è stato un crescendo: prima il campionato dei due gol, poi la promozione e ora il ritorno in Prima Divisione. Posso senz’altro dire che il mister è stata la persona più importante che ho incontrato nel mondo del calcio.
Come è stato rimanere ai margini del calcio giocato per una stagione intera?
Non è stato sicuramente un anno semplice: mi allenavo a Carbonia con un preparatore, Gianni Falessi (ex portiere proprio del Carbonia ai tempi della C2, ndr). La sua è stata una figura importantissima per me, perchè mi ha spronato e dato fiducia quando stavo per appendere le scarpette al chiodo. Mi diceva che un giorno l’occasione giusta sarebbe arrivata, e così è stato.
Mi sembra di capire che quello sia stato tutto sommato un anno di crescita, nonostante l’inattività.
Sicuramente sì. Prima davo per scontate tante cose, poi quando ti trovi a star fermo per un anno, torni a giocare con un approccio totalmente diverso. In senso positivo, ovviamente.
Cosa pensi del caso Dametto e di come il Cagliari gestisce i giovani del vivaio?
Credo quello di lasciar andare via Dametto sia stato un grave errore da parte del Cagliari, perchè a detta non solo mia, ma di tanti addetti ai lavori si tratta un giocatore che potenzialmente vale la Serie A. Purtroppo queste sono cose difficilmente spiegabili che ogni tanto capitano a Cagliari, quando magari la società ti impone di andare in una squadra, e, in caso di rifiuto, decidono di rescinderti il contratto. A mio avviso sbagliando. Penso inoltre che ci vorrebbe molta più fiducia verso i ragazzi del settore giovanile, come accade in altre realtà, dove spesso si riescono produrre a costo zero degli elementi utili per la prima squadra.
Il tuo modello rimane Federico Marchetti?
Modello no perchè siamo abbastanza diversi, ma penso che lui sia il portiere italiano più forte in questo momento, oltre che uno tra i più forti al mondo.
Ti capita di sentirlo qualche volta? In fondo avete vissuto un’esperienza simile rimanendo un anno a guardare gli altri giocare.
Sì, in quell’anno ci sentivamo spesso per tirarci un po’ su di morale. Federico è sempre stato eccezionale nei miei confronti oltre che prodigo di consigli, è davvero un esempio per i più giovani.
E del trattamento che il Cagliari ebbe nei suoi confronti che idea ti sei fatto?
Credo sia stata una cosa abbastanza ridicola, anche perchè il tutto è partito da un’intervista. Il Cagliari in quel caso ha perso una grande occasione, perchè quello di Marchetti era un investimento che avrebbe potuto valorizzare molto meglio.
Agazzi come lo vedi?
Anche lui è un portiere che mi piace moltissimo, oltre che una persona eccezionale. Già un paio di anni fa dicevo che sarebbe arrivato fino alla nazionale: molti allora ridevano, ma alla fine ho avuto ragione io. E sono sicuro che potrà fare ancora meglio di quanto sta facendo.
Se andasse via, quale portiere consiglieresti al Cagliari? Aresti a parte, ovviamente!
Mi piacciono molto Bardi e Leali, che ho visto all’opera l’anno scorso in Serie B. Ma soprattutto vedo bene Vigorito, che secondo me nel giro di due o tre anni potrebbe davvero diventare il portiere titolare del Cagliari.
Parliamo del tuo esordio in Serie A: Ascoli, ultima giornata del campionato 2006/2007. Subentri nella ripresa a Chimenti e il portiere avversario Eleftheropoulos, che non doveva giocare, rientra in campo appositamente per farti l’in bocca al lupo. Che ricordi hai di quella giornata?
Fu sicuramente un momento bellissimo, perchè esordire in Serie A è il sogno di tutti i ragazzini che iniziano a giocare a calcio. Ricordo che riuscii a rimanere tranquillo e sereno, e infatti feci bene pur prendendo una rete. Quell’esperienza mi servì tantissimo per tastare l’emozione che si prova a giocare a certi livelli.
Tu, a oggi, sei l’unico giocatore sulcitano tra i professionisti. Pensi che lo sport ad alto livello sia un lusso che ormai non ci si può più permettere da quelle parti?
Io seguo molto il calcio in Sardegna, almeno fino alla Prima Categoria, e penso che dalle mie parti i talenti non manchino. Il problema, semmai, è di visibilità. Nel Sulcis, come in altre zone, servirebbero degli osservatori, magari mandati proprio dal Cagliari, che visionino i ragazzi per poi inserirli nel settore giovanile, permettendo loro di crescere e migliorare. Rimanendo nella mediocrità, purtroppo, è difficile che i ragazzi possano emergere.
Una critica che in molti muovono ai giovani calciatori sardi che cresono nell’orbita del Cagliari è quella di vedere l’approdo in rossoblù non come un punto di partenza ma come un punto di arrivo. Sei d’accordo?
Più che adagiarsi, secondo me molti ragazzi non vanno avanti perchè non hanno la testa giusta e la voglia di fare sacrifici. E posso garantire che per arrivare a livelli importanti ce ne vogliono davvero molti. Io, per esempio, abitavo a Narcao, studiavo a Carbonia e poi prendevo il treno per andare a Cagliari ad allenarmi. E’ una cosa che ti porta via tutto il tempo e ti ci devi dedicare completamente. Ripeto, ci vuole soprattutto la testa, oltre che le qualità.
C’è un tuo ex compagno delle giovanili rossoblù sul quale avresti scommesso a occhi chiusi e che invece si è perso per strada?
Tra i miei ex compagni in Primavera più o meno tutti sono diventati professionisti, a ulteriore testimonianza del fatto che eravamo un’ottima squadra. Posso comunque citare Paolo Uccheddu, che era visto benissimo ai tempi delle giovanili del Cagliari, quando tutti gli riconoscevano delle grandi doti sia fisiche che tecniche. Ma poi anche lui è stato abbandonato senza motivo dalla società e non è più riuscito ad emergere. Ora, quando lo vedo giocare in Eccellenza, mi chiedo davvero cosa ci faccia in certe categorie.
Da lontano che idea ti sei fatto della crisi economica e sociale che il Sulcis sta attraversando in questo momento?
Quando sono tornato questa estate, tra Narcao e Calasetta, ho visto davvero una situazione drammatica. E’ un peccato che un territorio così bello come il nostro sia caduto in questa situazione. Purtroppo siamo mal governati: abbiamo tante risorse che si potrebbero sfruttare e un territorio bellissimo che in pochi fuori dalla Sardegna conoscono. Ecco, avremmo bisogno di meno industrie e più valorizzazione delle bellezze naturali.
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