Quando da bambino nella Piazza del Comune della sua Porto Torres umiliava – calcisticamente beninteso – aspiranti calciatori più grandi e ben più fisicamente strutturati si capiva già che dietro quelle gambette veloci e quello sguardo furbesco si nascondeva il talento di un campioncino. Dai prime numeri in strada al sensazionale gol del suggello alla promozione realizzato in Savona – Val d’Aosta (“Sì, ammetto che ogni tanto lo riguardo, del resto è stato votato come miglior gol dai tifosi”) il passo è breve e la passione per il calcio sempre intatta. In mezzo la trafila delle giovanili prima con la Torres e poi con il Cagliari, la fascia di capitano con la maglia della Primavera rossoblù e quella serie A sfumata per una serie di circostanze sfavorevoli. Alcuni infortuni, un po’ di sfortuna, Francesco è sempre rimasto un ragazzo semplice ed educato. Educato, certo, ma che al pallone ha dimostrato di poter dare del tu come e quando vuole. Trascinato da una passione che gli si legge nel luccichio degli occhi e nelle parole alle quali solo uno che ama il calcio nel profondo può dare autenticità.
Ci incontriamo alla Gelateria del Lungomare e mentre grida, schizzi e una leggerissima brezza arrivano dalla spiaggia dello Scoglio Lungo, ci tuffiamo in una lunga chiacchierata dove ricordi, ambizioni e commenti si intrecciano naturalmente.
Togliamoci il dente. Partiamo dall’esordio in Serie A mancato per poco.
Il mio ultimo anno nella Primavera (2011-2012) ero stato aggregato alla prima squadra. Ho fatto tutta la preparazione e poi per tutto l’autunno ho fatto il doppio allenamento con Primavera e prima squadra. Massacrante, però ho imparato tanto. In autunno poi stavo davvero bene e i risultati in campo lo stavano dimostrando. Feci una doppietta nella partita del giovedì a Capoterra contro il San Teodoro vinta 3-0. Una partita tutt’altro che semplice, a lungo inchiodata sullo 0-0 e che sbloccò nel secondo tempo Larrivey. In dicembre, poco prima di Natale, avevamo una trasferta a Verona e la rosa era decimata. Ero nell’elenco dei convocati, ma anche sicuro di andare in tribuna. Poi in aereo, io e Murru ci guardiamo intorno e vediamo che siamo 18 contati. Panchina sicura e mal di pancia da tensione che cresce. Per il centrocampo eravamo solo in 5 disponibili: Ceppelini, Biondini, Nainggolan, Rui Sampaio ed io. Ricordo che il presidente prima dell’inizio della partita entrò nello spogliatoio e disse: “Beh, ma gioca la Primavera oggi?” (erano infatti convocati anche Vigorito e Dametto). Poi a Rui Sampaio, che era già tormentato dalla pubalgia: “ce la fai a fare almeno venti minuti oggi?”. Un cambio sicuro, ma ne restano altri due, pensai. La notte, in albergo, Astori e gli altri erano venuti in camera a prendermi in giro e a caricarmi, sicuri che avrei giocato. Poi finì che Ballardini con il terzo cambio preferì mandare in campo Murru al posto di Biondini. E non giocai. Quattro giorni dopo feci anche la panchina contro il Milan, nel recupero della prima giornata. E poi più niente. Società e allenatore decisero di non puntare più sui ragazzi della Primavera, io mi feci male seriamente alla caviglia e rientrai in campo solo a fine stagione. In estate poi avrei dovuto rinnovare, ma alcune cose non sono andate per il verso giusto e alla fine ho trovato da solo la squadra.
Hai scelto Campobasso, dove però hai incontrato non pochi problemi.
Ero stato vicino alla firma con il Cuneo, ma poi sono finito a Campobasso, chiamato da Gianfranco Multineddu, diesse della squadra. I problemi però iniziarono subito. Dapprima le scelte discutibili dell’allenatore, non tanto perché a un certo punto mi relegò in tribuna senza darmi alcuna spiegazione, quanto piuttosto perché la squadra era buona ma lui ci mise del suo per non farla rendere al meglio. Poi subentrarono grossi problemi di natura economica, la società non poteva più garantire il versamento degli stipendi. E allora decisi che forse sarebbe stato meglio cambiare aria.
In prova al Casale e poi la chiamata di Ninni Corda.
Sì, esattamente. Dopo la rescissione col Campobasso volevo assolutamente mantenere la categoria. A Savona ho passato 6 mesi fantastici, ritrovando vecchi compagni (Carta e Gallon) e cementando nuovi legami. Abbiamo vinto un campionato grazie soprattutto alla forza del gruppo. E mai come in questo caso non si tratta di mera retorica. Mi sono trovato benissimo da subito, peccato solo per i due infortuni che mi hanno permesso di giocare solo 7 partite.
Che tipo è il mister.
Un ottimo allenatore, ma anche un pazzo, nel senso buono del termine. E’ molto scaramantico e vive la competizione visceralmente, anche in allenamento. Vuole che tu sia sempre a mille e predilige una squadra che giochi sempre alla morte. Un calcio rude, maschio, grintoso, da battaglia. Un esercizio che ripetevamo spesso e che inizialmente mi aveva spiazzato un po’ era la partitella di palla a mano-rugby dove il mister incitava sempre ad essere aggressivi e a fare sportellate. I risultati poi parlano per lui. Secondo me è il classico manager all’inglese, grande motivatore ma anche ottimo dirigente.
Dove ti vedremo la prossima stagione?
Guarda, è ancora tutto fermo, non si sa niente. L’unica cosa certa è che voglio giocare in Lega Pro e fare un grande campionato da protagonista sin dall’inizio, quindi sceglierò con calma. Con la riforma dei campionati del prossimo anno, sarà fondamentale mettersi in mostra positivamente. E non voglio sbagliare.
Improbabile una tua permanenza a Savona?
Non ho più sentito nessuno dalla società, né Pruzzo né il mister. Una chiamata mi farebbe sicuramente piacere ma credo che abbiano altri programmi. Penso che il gruppo dei sardi verrà ridimensionato. Resteranno sicuramente De Martis e Carta, ma Aresti ha già salutato, Gallon è tornato al Cagliari, Virdis penso che andrà altrove, Scotto anche.
E allora potrebbe profilarsi un ritorno alla Torres.
Lo scorso anno parlai direttamente con Lorenzoni e poi anche qualche settimana fa con Tossi. Adesso, dopo il cambio di proprietà, non so più niente. Molto dipenderà da chi sarà il nuovo allenatore. Certo che sarebbe bello indossare di nuovo la maglia della Torres. Magari si ripete il miracolo Savona, spero che la società decida di puntare forte sui giovani sardi. A Sassari ci andrei di corsa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni.
Senti ancora qualcuno dei tuoi ex compagni al Cagliari?
Dessena lo sento spesso. E’ una persona gentilissima e davvero un ottimo centrocampista, tra i migliori passati a Cagliari, ma non lo scopro certo io. E poi anche Suazo, un grande uomo e un vero campione. Ci sentiamo sempre per gli auguri di Natale. Ma è Marchetti quello con cui sono rimasto più in contatto. E’ un amico, oltre che il portiere più forte in Italia. Una persona fantastica.
Con il quale hai avuto l’onore di giocare nella turbolenta – per lui – stagione 2010/11, quando nei fatti venne messo fuori squadra dalla società.
Sì, giocò qualche partita con la Primavera. E’ stato fermo per diversi mesi e ricordo che all’esordio con noi ci disse che non avrebbe mai pensato di sentire di nuovo la tensione. Ci disse che se fossimo arrivati davanti all’Albinoleffe in classifica, a fine anno ci avrebbe offerto una cena. Chiudemmo dietro di un punto, ma nelle ultime partite eravamo andati fortissimi, battendo peraltro proprio l’Albinoleffe. Ci fece i complimenti e la cena ce l’offrì lo stesso. Non ti sto a raccontare il casino!
Cosa ricordi di quella burrascosa estate del 2011 e dei colpi di teatro di Cellino?
Francamente, anche a distanza di due anni, non saprei dirti perché Donadoni fu esonerato. Ricordo soltanto che rimanemmo da soli per due giorni in hotel a Olbia, senza capire cosa stesse succedendo. E anche per Suazo, che ripeto è una persona d’oro, capimmo poco. Forse non era più quello di un tempo e i muscoli erano diventati fibre di cristallo.
Hai avuto modo di vedere da vicino giocatori che a modo loro hanno fatto parlare di sé al Cagliari e non sono certamente passati inosservati. Partiamo da Larrivey.
Su Larrivey ti posso dire che secondo me è fortissimo. In allenamento era una forza devastante, specie nel gioco aereo. Non sono mai riuscito a capire perché in partita non rendesse. Forse per lui sarebbe stato più utile un prestito in una categoria inferiore, dove sicuramente avrebbe fatto sfracelli.
El Kabir.
Anche lui secondo me è un grandissimo giocatore. Tecnico, rapido, esplosivo. Ma anche molto sfortunato. A Cagliari non riuscivano a capire da cosa dipendessero le ricadute dell’infortunio muscolare. Andò anche a Bologna, in un centro specializzato, ma non si risolse niente. Poi si capì che era un problema di dentatura. Ma nel frattempo la società penso avesse già preso la decisione di non confermarlo.
Ragatzu.
E’ uno di quei giocatori che paradossalmente giocherebbero meglio in Serie A che in Serie B. E mi pare che Daniele l’abbia ampiamente dimostrato. Lui è davvero bravo, uno che può arrivare dove vuole. Però lo deve volere.
La chiacchierata scivola poi verso ricordi comuni e si parla delle sorti della squadra cittadina. Quattro tavoli più in là, Langella. “Ecco Antonio”. Un attimo di silenzio. “Certo che lui ha saputo fare davvero la differenza in tutte le categorie in cui ha giocato. Fisicamente era un giocatore da Serie A fatto e compiuto” Respira calcio Francesco. Ma siamo ancora in piena estate e anche se il calcio resta nell’aria il mare chiama. “Questo pomeriggio un bagno a Balai non me lo toglie nessuno”.