Massimo Costantino a cuore aperto: un imperatore “calabrese nato a Milano” alla conquista della Sardegna

Massimo Costantino durante l'esperienza nella sua Lamezia

Massimo Costantino durante l’esperienza nella sua Lamezia

Massimo Costantino, l’imperatore. Questo il “simpatico” (così lo definisce lui stesso) soprannome affibbiatogli dal giornalista vibonese Roberto Saverino nel corso della stagione 2005-2006. Prossimo a tagliare il traguardo delle 150 panchine tra i professionisti, è subentrato, a Vincenzo Cosco, sulla panchina della Torres ancor prima dell’inizio del campionato diventando il condottiero di una squadra che ha sorpreso molti addetti ai lavori con un avvio sprint. Con lui si è parlato, finora, tanto di calcio giocato, moduli, palle inattive, offensivismo e difensivismo dimenticando un principio troppo spesso trascurato: dietro ogni sportivo c’è un uomo e ogni uomo ha una sua storia. Abbiamo incontrato il mister rossoblù nella tribuna stampa del “Vanni Sanna”, in una tanto piacevole quanto lunga chiacchierata nella quale ha deciso di raccontarsi, in esclusiva, ai microfoni di SardegnaSport.com

Buongiorno mister, partiamo da lontanissimo. Nato l’11 settembre 1973 a Milano. Sicuro? (riferimento al suo accento non proprio meneghino)  Ebbene si, clinica Mangiagalli. La mia famiglia viveva li. Ho vissuto in Lombardia fino all’età di 4 anni, poi ci trasferimmo a Reggio dove frequentai le scuole elementari. Una volta finite arrivammo a Lamezia Terme, la mia città a tutti gli effetti. Ogni tanto torno nel capoluogo lombardo per far visita ai parenti e per il legame che ognuno di noi ha con la sua città natale. Più che un milanese emigrato, mi reputo un calabrese nato a Milano.

A casa Costantino si è sempre respirato calcio? La mia famiglia è molto legata a questo sport, mio padre è da sempre tifoso della Reggina e mi trasmise questa passione, poi affievolitasi per ragioni professionali. E’ stata la mia squadra del cuore ma, al momento, è solo un potenziale avversario. Avrei anche potuto allenarla, ma il presidente, dopo aver contattato altri allenatori, fece una scelta differente. Sarebbe stato difficile allenare la compagine per la quale ho sempre fatto il tifo. Poco dopo arrivò la chiamata della Torres, è meglio che sia andata così e sono sicuro di aver fatto la scelta giusta.

In un’intervista di qualche tempo fa ha raccontato di non essere stato un calciatore eccelso. Ho giocato nella Berretti della Vigor Lamezia e poi in Eccellenza. Facevo l’esterno destro o la seconda punta, ogni tanto facevo qualche golletto (9 il record di reti in una stagione quando vestiva la maglia del Sambiase). Non mi piacevano quei campionati, a soli 23 anni allenavo le giovanili del Promosport.

Costantino al lavoro sul campo

Costantino al lavoro sul campo

Un predestinato? Da calciatore ero un punto di riferimento per i miei compagni. Ho indossato spesso la fascia di capitano, ero dotato di temperamento e buona personalità. Mi ha sempre affascinato l’idea di fare l’allenatore e gli studi intrapresi (uscito dall’ISEF col massimo dei voti) mi hanno aiutato nel mio processo di crescita e nella scelta dei collaboratori. Avendo fatto l’insegnante di atletica, nelle categorie inferiori ho lavorato senza preparatore atletico. Una volta salito di livello, è importante avere una persona più brava di te che, lavorando in telemetria, analizza sul momento il lavoro dei singoli giocatori.

La sua carriera è partita dai ragazzi. Quanto è importante allenare i piccoli per capire al meglio il mondo dei grandi? Il settore giovanile, insieme agli studi, mi ha aiutato per imparare a insegnare, per me è stato fondamentale. Son due mondi diversi ma non avendo giocato a livelli alti c’è la necessità di studiare ogni minimo dettaglio.

Qual è stato il ragazzo più forte che ha allenato? Ho allenato molti giocatori che hanno giocato in C, vincendo campionati giovanili con Santa Maria Catanzaro e Vigor Lamezia. Il migliore in assoluto si chiamava Francesco Minutolo, classe ’87. Era un portiere di 1,94 mt. A 16 anni era titolare della rappresentativa regionale e giocava nella formazione juniores pur essendo allievo. Fiorentina e Sampdoria stavano facendo a cazzotti per portarlo nelle loro fila, morì in un incidente in moto il giorno di Pasquetta, nell’aprile 2004. Vinse il guanto d’oro al Torneo delle Regioni, lo chiamavano “Ragno” (ci mostra una foto custodita gelosamente nel portafogli).

C’è stato, d’altro canto, qualcuno che ha tradito le attese? Non voglio fare un nome in particolare. Dico solo che tecnica ed equilibrio psicologico devono andare di pari passo per fare carriera.

Ci sono allenatori, come Inzaghi, che non hanno “fatto la gavetta”. Zeman, in una recente ospitata televisiva, li ha definiti contemporaneamente “fortunati e sfortunati”. E’ d’accordo con questa affermazione? Non sono sfortunati, hanno scelto loro di partire da quel livello. In Lega Pro avrebbero trovato 59 panchine su 60, una è la mia (ride, ndr). Purtroppo non sempre si premiano le competenze, tantissimi miei colleghi sono più preparati di quelli che “arrivano subito” ma i presidenti premiano il nome spesso e volentieri. Non dico che è sbagliato ma io ammiro molto più uno come Conte, partito da Arezzo e arrivato in Nazionale.

Ha un tecnico al quale s’ispira? Adesso mi piace molto il ct dell’Italia ma non è stato, per ragioni anagrafiche, il mio primo modello. Ho studiato molto il lavoro di Benitez e Spalletti, ai tempi di Liverpool e Roma.

Dai giovani ai grandi. Partenza da Capo Vaticano, Eccellenza calabrese. Ci racconti qualcosa del debutto sulla panchina di una prima squadra. Fui ingaggiato da una società non agiata che costruì la rosa puntando su 3-4 giocatori esperti e molti giovani. Mi chiamarono dopo gli ottimi risultati ottenuti nel settore giovanile. Un gran campionato, iniziato bene e finito meglio. Arrivammo terzi in classifica, davanti a squadre che spesero molto più di noi. Perdemmo la finale regionale dei play-off, la cui vittoria ci avrebbe consentito di approdare in Serie D, senza di fatto uscire sconfitti dal campo. Doppio 1-1 contro il Castrovillari che passò il turno per il miglior piazzamento nella regular season.

E' festa a Rossano Calabro: Rossanese in Serie D nel 2009

E’ festa a Rossano Calabro: Rossanese in Serie D nel 2009

Stagione 2006/2007: ancora una panchina calabrese, stessa categoria, stavolta a Belvedere Marittimo. Dopo la favola del primo anno incontrai le prime difficoltà, c’era un progetto importante, così mi dissero. La squadra era forte, in grado di lottare per i play-off. Purtroppo non li raggiungemmo per vicissitudini varie, si sa che nei dilettanti non sempre le promesse vengono mantenute. Quell’anno iniziò il bel rapporto con Alessandro Quarta, oggi mio stretto collaboratore a Sassari.

Che rapporto vi lega? L’ho avuto da giocatore e dal 2010 è con me in pianta stabile, l’ho fatto smettere di giocare. E’ molto preparato, gli dissi: “Se divento un grande allenatore lo diventi anche tu”. In Calabria conobbe quella che oggi è sua moglie, chiedete a lui se è un bene o un male (ride, ndr)

Dopo aver rifiutato, nella stagione della quale abbiamo appena parlato, la corte siciliana del Campobello di Mazara (Serie D), arrivò la prima esperienza, tutt’altro che memorabile, fuori dalla Calabria proprio sulla panchina dei siciliani. Eh si, fu un errore di gioventù. Forse attratto dalla categoria, accettai quella proposta. Squadra giovane e budget misero, fu una follia. Trovai una situazione disastrosa ma la società non mi concesse la rescissione di contratto costringendomi, di fatto, a iniziare la stagione lì. Ciò nonostante partimmo bene battendo 1-0 la Turris con gol di Christian Giuffrida, reduce dal reality “Campioni”. Non che fosse un cattivo giocatore ma furono altri i motivi che ne favorirono l’ingaggio. Anche per rispetto dei nove giocatori che scelsi personalmente, e non svincolabili prima di novembre, aspettai l’undicesimo mese dell’anno per riuscire, dopo una lunga lotta, a ottenere la risoluzione del rapporto. L’unica recriminazione fu quella di lasciare la squadra, poi retrocessa senza se e senza ma, a soli due punti dalla salvezza diretta ma non c’erano le condizioni economiche e logistiche per continuare a lavorare.

Per far riaffiorare dolci ricordi abbiamo bisogno di tornare nella sua terra. Due importantissimi anni alla Rossanese. La svolta della mia carriera. Nel corso dell’estate 2008 rifiutai tutte le panchine che mi furono proposte e non raggiunsi l’accordo con la società per allenare il Palazzolo in Serie D. Decisi di aspettare, volevo allenare nella massima categoria dilettantistica dopo aver dimostrato di poterci stare. Arrivò novembre e ricevetti tre chiamate da squadre di Eccellenza: due di vertice e la Rossanese, ai tempi, quartultima. Istinto ed esigenze di mia moglie mi portarono li. Fu una favola, il fiore all’occhiello di una bella storia conclusa con la promozione in Serie D passando dai play-off, stravinti e chiusi nella finale col Licata, ma rischiando anche di vincere il campionato. Perdemmo una partita, in casa contro la Melitese (0-1), giocata in un campo allagato. Ci fu subito feeling con l’ambiente, aspetto che, assieme alla maglia rossoblù, accomuna quest’avventura a quella che sto vivendo ora a Sassari. Grande tifo, grande calore, partimmo da 300 spettatori e chiudemmo con 3500. Tutto fantastico, due mesi dopo il trionfo nacque mio figlio, chissà che a Sassari non arrivi il secondo. La stagione successiva, iniziammo il campionato con la stessa rosa, appena ritoccata, e arrivammo quinti perdendo una sorta di pre-playoff con l’Avellino, sul neutro di Matera. Fu comunque un’altra annata memorabile, battemmo il Trapani del mio amico Roberto Boscaglia, il Vigor Lamezia 2-1, il Milazzo che andava fortissimo, pareggiammo a Messina e riuscimmo ad espugnare il “Partenio”.

Parte integrante di quel gruppo fu Giovanni Giuffrida, divenuto immediatamente beniamino della Curva Nord di Sassari. Ci conoscemmo li. Mi ricordo con particolare piacere anche Renato Mancini, un amico che giocava difensore centrale e oggi allenatore in Eccellenza, e Mattias Vegnaduzzo, bomber argentino che ancora oggi segna tanto in serie D.

Massimo Costantino e famiglia: la moglie Ilaria e il figlio Alessandro

Massimo Costantino e famiglia: la moglie Ilaria e il figlio Alessandro

Ha citato sua moglie. Quanto è importante nella sua vita professionale? Dietro ogni sportivo di un certo livello ci dev’essere una figura determinante. Non è facile gestire gli aspetti psicologici delle varie scelte e lei, per seguirmi a Sassari, ha rinunciato al suo lavoro per stare vicino al mio. Abbiamo uno stipendio in meno ma la famiglia unita è importante, i soldi passano in secondo piano.

2010-2011, tempo di debutto tra i professionisti alla guida della Vigor Lamezia. Mi proposero la panchina e accettai dopo una breve trattativa. Anche li regnò la gioventù e fui accompagnato, anche in quella circostanza, da Giuffrida e Quarta, quest’ultimo faceva il secondo e da chioccia al portiere titolare. Grande girone d’andata. Dopo il pareggio (1-1) col Brindisi di Rastelli nel quale presi gol da Maiorino, nonostante ci trovassimo a due punti dai play-off decidemmo di puntare tutto sull’anno successivo facendo giocare fino a nove under titolari per incassare i contributi del “minutaggio” previsti dalla Lega, senza tentare il salto di categoria.

Poi l’anno dei record. 80 punti in campionato, miglior difesa, imbattibilità interna e un super Matteo Mancosu, autore di 20 reti. Purtroppo non fu sufficiente per vincere il campionato, ci arrivarono davanti rispettivamente Perugia e Catanzaro, e fu proprio in casa dei giallorossi che, davanti a 8000 spettatori, perdemmo il campionato con un gol realizzato in posizione dubbia. Giocammo i play-off contro la Paganese, distaccata di 15 punti, una partita stregata nella quale colpimmo 5-6 legni e sbagliammo due calci di rigore. Mi ricordo che il giorno dopo quella bruciante sconfitta fui contattato dal ds Maglia il quale, nel corso di una telefonata, mi disse: “Ci dobbiamo vedere per un caffè, c’è il contratto da rinnovare”. Mi fece molto piacere. A Lamezia Terme sono sempre stato trattato come un allenatore importante e se oggi faccio la mia figura in Lega Pro è anche merito loro.

Matteo Mancosu con la maglia della VIgor Lamezia

Matteo Mancosu con la maglia della VIgor Lamezia

Si aspettava un Mancosu protagonista in Serie B? Sono incredulo, se Matteo non gioca in serie A il calcio italiano è un disastro. Arrivò a Lamezia da Latina dopo una stagione da 5 gol. Fu scelto per fare l’attaccante esterno. Già a dicembre la sua crescita esponenziale balzò agli occhi di tutti. In biancoverde fece il salto di qualità per poi consacrarsi a Trapani.

Mister, si prenda qualche merito per questo exploit, non faccia il modesto. Non me lo prendo, me lo da lui in privato. E’ meraviglioso l’affetto che mi dimostra ogni volta che ci parliamo, la stampa m’interessa il giusto.

Come mai è arrivato così tardi nel calcio che conta? E’ uscito tardi dalla Sardegna, è difficile lasciare questa terra, si sta bene. Voi, oltretutto, avete un senso di appartenenza molto forte e tante volte i ragazzi preferiscono rimanere qui rischiando, talvolta, di pregiudicare la propria carriera. La vostra isola rappresenta una “prigione” voluta, una “dolce condanna”.

Torniamo all’avventura nella squadra della sua città, siamo arrivati alla stagione 2012-2013. Dopo il campionato disputato ben oltre le più rosee aspettative, cambiammo qualcosa in attacco, probabilmente in peggio. Si alzò troppo l’asticella e aumentò la pressione, la squadra dopo alcuni pareggi si smontò e alcuni giocatori non si ripresero. Per questo fu un’annata caratterizzata da alti e bassi, ci salvammo all’ultima giornata. Ciò nonostante, anche nei momenti di maggiore difficoltà, ricordo con piacere i numerosi attestati di stima dalla società. Chiunque avrebbe esonerato l’allenatore, loro dissero: “Ci salveremo con Costantino.”

Prima dell’arrivo in Sardegna, l’ultimo capitolo di un quadriennio da ricordare. L’unico esonero “ufficiale” della mia carriera. Fui allontanato temporaneamente (tornò a febbraio, ndr) da quarto in classifica, non per questioni tecniche. Si litiga anche nelle migliori famiglie. Mi tengo dentro una bellissima fotografia di quella stagione: vedere la gioia e l’emozione del panettiere, dei propri vicini di casa, del meccanico e di tutti i conoscenti al termine della partita col Castel Rigone che decretò l’approdo nella Lega Pro unica, fu meraviglioso. Avevo portato la loro squadra dove mai era arrivata.

Massimo Costantino e Domenico Capitani a colloquio (foto: Alessandro Sanna - SardegnaSport)

Massimo Costantino e Domenico Capitani a colloquio (foto: Alessandro Sanna – SardegnaSport)

Eccoci a Sassari, come andò la trattativa col presidente Capitani? Si dimostrò fin da subito una persona che sa fare calcio. Dopo la telefonata del direttore Nucifora, arrivai nel capoluogo turritano per incontrare il presidente. Cenammo assieme,parlammo di tutto e, nonostante non trovammo immediatamente l’accordo, comunque raggiunto il giorno dopo, andai via con la convinzione di aver conosciuto una persona simile a me. Schietta e determinata.Penso che la Sassari calcistica sia in buone mani, in lui vedo tuttora competenza e positività.

Un ottimo inizio. Finora si è fatto bene se si considera anche il poco tempo avuto a disposizione. Io e il presidente abbiamo degli obbiettivi comuni.

Quali? Il mantenimento della categoria da raggiungere percorrendo la via del lavoro e dell’umiltà. Non ci piacciono i giocatori da 200000 euro e i grandi nomi. Nel corso della cena che portò alla firma del contratto mi disse: “Per curare la Torres, preferisco affidarmi alle competenze del giovane medico in carriera piuttosto che a quelle del primario dal grande nome.” Mi fece sentire desiderato.

Potrebbe essere un rischio? No. Non solo i sessantenni sanno curare i pazienti. Le capacità non sono direttamente proporzionali all’età o al nome.

Oltre ai già citati Giuffrida e Marchetti, conosceva qualche altro componente dell’attuale rosa della Torres? Non avevo mai visto Lisai e i giovani che non hanno giocato tra i professionisti. Ho allenato solo Giovanni e Domenico ma avevo già giocato contro tutti gli altri guadagnandone la stima da avversario. Questo è un aspetto che mi ha aiutato molto nel lavoro svolto fin qui. Ho avuto il piacere di sfidare Boncore, lo sconfissi quando giocava nel Praia, nell’Eccellenza calabrese (ride, ndr).

Il suo collaboratore, arrivato a Sassari da giocatore ai tempi dell’Eccellenza, si è innamorato della Sardegna e non è più andato via. Può succedere anche a lei? Non tenderei a escluderlo ma, chiaramente, non è il momento di parlarne. Detto questo, io e la mia famiglia ci troviamo molto bene qui. Mi piacciono molto pubblico, società e città ma penso che l’ambiente sarà più autentico quando si perderanno le partite, adesso è troppo facile elogiare Massimo Costantino. Per quel che riguarda il futuro è chiaro che mentirei se dicessi di sentirmi arrivato dopo il raggiungimento della Lega Pro unica. Continuare qua con determinate ambizioni e progetti sarebbe bello ma questo è un discorso prematuro.

Mauro Garau

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